Fabrizio Saccomanno

Sabato 19 luglio ore 21.00

Ha studiato Antropologia Culturale presso l'Università di Roma.
Attore, regista e pedagogo teatrale dal 1998 quando ha iniziato a lavorare con Koreja.
Nel maggio 2007, all’interno del progetto Scena Nomade, ha diretto insieme a Salvatore Tramacere un workshop teatrale con i giovani della comunità Rom di Smederevo (Serbia) e i giovani attori della compagnia Pathos, sempre di Smederevo, realizzando lo spettacolo “Brat” presentato in tournée in Serbia, a Skopje all’interno della Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo e poi in Italia.
Ha recitato in molte delle produzioni di Koreja: Doctor Frankenstein, La Passione delle Troiane, Il Calapranzi, Molto rumore per nulla, Dimissioni dal Sud, Brecht’s dance, Chart-to-line (Cartoline), Quel diavolo di un Bertuccia, La Crociata dei bambini, Iancu, Acido fenico. Produzioni che hanno viaggiato per tutta l’Italia e nel mondo.
Nel 2013 è regista dello spettacolo “La visita della vecchia signora” di Friedrich Dürrenmatt.
Nello stesso anno lavora in una produzione di Giorgio Barberio Corsetti “La Guerra di Kurukshetra” come narratore/attore e come regista di “Voccaverta” una produzione della Cooperativa Thalassia di Brindisi.
Con il sostegno di Thalassia nel 2014 riporta in scena due spettacoli: “VIA - epopea di una migrazione”, di cui è autore, regista e interprete e “Iancu, un paese vuol dire”, di cui è interprete e coautore insieme a Francesco Niccolini.

Iancu, un paese vuol dire

Questo è il racconto di una giornata.
Una domenica dell’agosto del 1976 in cui la grande Storia, quella con la S maiuscola, invade la vita e le strade di un paese del Salento.
Un famoso bandito, fuggito dal carcere di Lecce due giorni prima, è stato riconosciuto mentre si nasconde nelle campagne del paese.
Inizia così una tragicomica caccia all'uomo che coinvolge un po’ tutti, bambini compresi.
Ma questo non è solo il racconto di una giornata.
E’ il racconto di un’infanzia e degli inganni e le illusioni che la circondano.
Ed è soprattutto il racconto di un’epoca.
Attraverso gli occhi di un bambino di otto anni viene ricostruito il mosaico del ricordo: uno strano e deformato affresco di quegli anni nel profondo Sud.
Un sud che oggi non c’è più, piazze e comunità che si sono svuotate e si sono imbarbarite, o sono state svendute.
Con quegli occhi a volte spalancati, altre socchiusi, altre ancora addormentati e in sogno, si racconta un mondo, frammenti di storia e di uomini e di donne, di battaglie tra bande e rivali e giochi pericolosi.
Nessuna cartolina, nessuna nostalgia: è un mondo duro, cupo, eppure comico e grottesco.
Un mondo fotografato un attimo prima di scomparire.
Un mondo di figure mitiche, contadini, preti, nonni, libellule, giornaletti e una gran voglia di diventare grandi, chissà poi perché.